Le Nostre Lettere
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IL LAVORO NOBILITA L’UOMO - 8 maggio 2008
Spesso, giovani di belle speranze e non, si chiedono cosa faranno da grandi. In realtà questo tipo di domanda nasce in ognuno di noi fin da bambini. Ma quando si è bambini, si ragiona da bambini e si è meno dubbiosi, disillusi, arrabbiati. Da bambino io avevo la certezza di fare un bel mestiere. Il benzinaio, il pompiere, il dottore, l’astronauta, il calciatore, il veterinario, il poliziotto…. Com’era bello pensare al lavoro quando si era bambini! Tanti sogni, speranze, convinzioni. Tutte, o quasi, finiscono per morire nel corso degli anni, per far posto alla dura realtà. “Si smette di pensare a ciò che si vuol fare nella vita quando si inizia a fare ciò che la vita ci mette davanti.” Problema. In effetti, la vita è proprio più forte di tutto. Anche dei sogni. Questo però non te lo dicono. Studia così diventerai ricco. Ecco cosa ti dicono. E tu studi, convinto che i tuoi sforzi serviranno a qualcosa. Forse si. Ma anche no. E quando quasto accade, ecco la frustrazione, l’alienazione e la disperazione. Ti trovi a fare qualcosa che non ti piace. Che non ti gratifica. Lavori con gente con cui non vai daccordo, e che ti fa star male. Colpa tua. Questa è la vita. Devi farti il culo. E la tua vita privata, la tua eventuale tragedia personale, o peggio interiore è solo un tuo problema. Ed è giusto che sia così. La vita non ti aspetta. L’uomo ti aspetta meno della vita. Produci. E basta. Chi sei? Chi se ne fotte di chi sei! Qui si lavora. Com’è il tuo carattere? Cazzi tuoi. Produci e stà zitto. Il resto verrà da sè. E se non produci devi andare via: non sei bravo. Qui si premia la gente produttiva, si detassano gli straordinari, si cacciano i fannulloni. Qui si fa gli schiavi di lusso. Di lusso, intendiamoci, ma schiavi. Quando tornerai a casa, solo allora potrai pensare a tua madre che sta male, o al fatto che non ti trovi bene al lavoro, o che il metodo scelto per te, in realtà per te non va bene per niente. Qui si lavora! Si produce! E basta! Non rompere i coglioni!
Ecco allora che si riflette. Ho sbagliato. Non è il lavoro che fa per me. Sono stupido, sono una capra, una palla al piede, una merda! Non merito questo lavoro. Non merito di lavorare. E gli altri? Perchè riescono e io no? Sono più bravi? Ma in cosa? A mettersi in mostra? A lavorare? Ad allisciare i superiori? Sono davvero il più scemo di tutti io? Oppure gli altri giocano sporco? Sì, quei bastardi giocano sporco, oppure hanno avuto più fortuna di me. Sono invidioso! Si lo sono! Fanculo il collega! Io avrei fatto meglio di lui al suo posto. A parti invertite lui starebbe peggio di me! Quel lecchino bastardo. Io sono meglio di lui, non è giusto.Fanculo questa amicizia col collega, fanculo il lavoro! Il capo! E fanculo me stesso. Perchè gli altri saranno pure stronzi, ma io sono un idiota, uno che non ha capito la vita e il mondo del lavoro. Il lavoro è la cosa più importante! E’ una parte di te. E’ te. Fanculo anche la famiglia se necessario. Fottuta famiglia… se io non lavorassi, voglio proprio vedere cosa mangerebbero!
Forse sarebbe stato meglio fare l’operaio. Ti alzi la mattina, vai al lavoro, fai quello che devi fare e poi a casa. Senza preoccupazioni, impicci, pensieri. Si, se sopravvivi. In fabbrica, sull’impalcatura o vicino a una betoniera si muore. “Morti bianche” le chiamano. Sono bianche anche quando il lavoro è in nero… Morte bianco-nera insomma, morte juventina. Vabbè cose che capitano. In casi come questi il funerale di stato non te lo fanno mai. Niente ministro, niente vescovo a presiedere la celebrazione, niente fiori che ricoprono l’Altare della Patria. Non sei un eroe, non una vittima del dovere. Sei solo il 348-esimo, oppure il 745-esimo (dipende se muori a maggio o a settembre-ottobre.). Vabbè morti bianche. Meglio chiamarle grige, come la nebbia che , “quando c’è, non si vede”. I telegiornali ora ne parlano comunque. Non è più come prima. Però dipende: se ne muoiono sei in un colpo solo e in una grande città del nord, ti ossessionano per giorni. Se invece si muore soli in una regione sfigata del sud… ti sbattono fra il principe Carlo e la rubrica di enogastronomia, senza servizio, senza collegamento, senza commento del leader di partito.
Altro che il capo rompipalle! Qui i problemi sono altri. Problemi di sicurezza, di turni massacranti, di salari da fame. E’ la vita. E’ il mercato. Tu che fai se non cercare delle risposte? Come cercarle se non votando? E quindi una bella domenica di primavera vai in una scuola e metti la tua bella crocetta. Ecco qua. Il nuovo parlamento, con relativo governo è pronto.
E parte la detassazione degli straordinari. E sono tutti daccordo. Anche quelli che poi il turno di straordinario se lo devono fare. E’ giusto. Se vuoi mangiare devi produrre. Se no non sperare nell’aiuto dello stato. Che scherziamo? Il XXI secolo e l’avanzata della Cina non permettono a noi europei di crogiolarci ulteriormente sui diritti. Se vuoi lavorare, devi lavorare assai. E io ti pago bene… Quello che fai in più, ma non quello che ti spetta. O ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra. O ti tieni questa situazione, oppure la fabbrica se ne va in Romania. Basta assistenzialismo democristiano tipo anni 60, basta sindacati che bloccano il Paese, basta! Qui si premia la produttività. E io? O mi mangio questa minestra, o mi butto dalla finestra.
E’ vero, il problema è mio. La colpa è mia. Vorrei tornare bambino. E alcune cose vorrei rifarle. Altre vorrei non averle mai fatte. Vorrei tornare per imboccare e percorrere strade nuove. Ma forse anche ora tutte le strade portano a Roma. Allora che mi rimane? Mi rimane solo la voglia di tornare indietro, a quei giorni in cui pensavo che “il lavoro nobilita l’uomo”.
Un lettore.
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10 maggio 2008
Non ci avevo mai pensato prima… Sì, ok, da bambini si hanno tanti sogni, tante speranze, tanta voglia di fare, essere e diventare. Ma la lettera [il lavoro nobilita l'uomo dell'8/5/08, ndr] mi ha fatto riflettere sul fatto che uno dei pensieri che OGNI bambino fa è “cosa voglio fare da grande”. Prima ancora di pensare al bambino/a con cui giocare o all’amichetto/a che gli piace. Probabilmente il motivo è che un bambino guarda i propri genitori così presi dal lavoro e pensa a quando sarà lui grande. Poi, che succede? Che fine fanno le aspirazioni, i sogni? Poi si cresce, si comincia ad andare a scuola, cominciano i doveri e i sogni cominciano a lasciare un po’ di posto alla realtà. Si cresce. Ma è bello crescere, da piccoli si aspetta tanto di crescere. E’ bello finché ti accorgi di quanto è difficile realizzare le cose. Già, prima lo sai che incontrerai dei problemi, delle difficoltà, a meno che non sei un
inguaribile disilluso, ma ti dici che ce la farai e che non ti arrenderai, perché il tuo sogno è sempre lì e lo vuoi realizzare. Ma i casi della vita sono così tanti… E si finisce per invidiare il collega o l’operaio che almeno un posto sicuro ce l’ha, che va a lavoro, timbra il cartellino, resta rinchiuso lì dentro, poi esce, ritimbra il cartellino e lascia la fabbrica e il lavoro. E invece povero operaio, anche lui non può permettersi di andare a trovare la mamma che non si è sentita bene, anche lui quando entra e timbra il cartellino ha paura, ha paura perché dovrà essere anche oggi impeccabile, anche se la mamma non sta bene, e che dovrà stare anche oggi sempre allerta perché quelle travi non sono poi così sicure.
Così non ci piace lavorare.
E com’è possibile?
E il sogno che avevamo da bambini?
Un bambino sa quanto è bello giocare e comunque non vede l’ora di crescere e realizzare le sue aspirazioni.
Anche quello è per lui un gioco? Non credo. Lui sa che il padre sta lavorando, non giocando. Ma, anche se fosse, pensate a quanto impegno e dedizione mette un bambino nel proprio gioco. Lo so, non è così, sto esagerando, sono due cose molto diverse, era solo una provocazione. Però, come sarebbe bello se quell’illusione non si spegnesse mai, che diventi grande, fai il pompiere e hai anche tempo per i tuoi giochi.
Una lettrice
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INDIFFERENZA
“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.”
Martin Niemoeller