Fascisti e mafiosi al governo

Da Repubblica,  di Paolo Berizzi
C’è il ministro della difesa La Russa che posa con un “camerata” di una famiglia mafiosa siciliana, i Crisafulli, narcotraffico e spaccio di droga a Quarto Oggiaro, periferia nord di Milano. C’è il suo collega di partito e di governo, il ministro per le politiche europee Ronchi, con uno dei fondatori del circolo nazifascista Cuore nero: quelli del brindisi all’Olocausto.Lui si chiama Roberto Jonghi Lavarini e presiede il comitato Destra per Milano (confluito nel Partito della libertà). Sostiene le “destre germaniche”, il partito boero sudafricano pro-apartheid – il simbolo è una svastica a tre braccia sormontata da un’aquila – e rivendica con orgoglio l’appartenenza alla fondazione Augusto Pinochet. In un’altra foto compare a fianco del sindaco di Milano, Letizia Moratti. Poi ci sono gli stretti rapporti del sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, con l’ultra-destra violenta e xenofoba del Veneto Fronte Skinhead. Ruoli istituzionali, incarichi, poltrone distribuiti ai leader delle teste rasate venete, già arrestati per aggressioni e istigazione all’odio razziale.
Fascisti del terzo millennio
Almeno 150 mila giovani italiani sotto i 30 anni vivono nel culto del fascismo o del neofascismo. E non tutti, ma molti, nel mito di Hitler. Un’area geografica che attraversa tutta la penisola: dal Trentino Alto Adige alla Calabria, dalla Lombardia al Lazio, da Milano a Roma passando per Verona e Vicenza, culle della destra estrema o, come amano definirla i militanti, radicale. Cinque partiti ufficiali (Forza Nuova, Fiamma Tricolore, la Destra, Azione Sociale, Fronte Sociale Nazionale) – sei, se si considera anche il robusto retaggio di An ormai sciolta nel Pdl. I primi cinque raccolgono l’1,8 per cento di voti (tra i 450 e i 480 mila consensi). Ma a parte le formazioni politiche, l’onda “nera” – in fermento e in espansione – si allunga attraverso un paio di centinaia di circoli e associazioni, dilaga nelle scuole, trae linfa vitale negli stadi.


Sessantatre sigle di gruppi ultrà (su 85) sono di estrema destra: in pratica il 75 per cento delle tifoserie che, dietro il “culto” della passione calcistica, compiono aggressioni e altre azioni violente premeditate. La firma: croci celtiche, fasci littori, svastiche, bandiere del Terzo Reich, inni al Duce e a Hitler. Sono state 330 le aggressioni da parte di militanti neofascisti tra 2005 e 2008. Concentrate soprattutto in tre aree del paese: il Veneto (Verona, Vicenza, Padova), la Lombardia (Milano, Varese) e il Lazio (Roma, Viterbo). Sono i vecchi-nuovi “laboratori” dell’estremismo nero. Con Roma – anche qui – capitale.

Dalle scuole ai centri sociali
Dai centri sociali di destra alle occupazioni a scopo abitativo (Osa) e non conformi (Onc). Dalle aule dei licei a quelle delle università. Dai “campi d’azione” di Forza Nuova ai raid squadristi delle bande da stadio che si allenano al culto della violenza. La galassia del neofascismo si compone di più strati: e anche di distanze evidenti. L’esperimento più originale è quello di CasaPound a Roma, il primo centro sociale italiano di destra. Da lì nasce Blocco studentesco, il gruppo sceso in piazza contro la riforma della scuola. Una tartaruga come simbolo, i militanti si battono contro l’”affitto usura” e il caro vita. Il leader è Gianlcuca Iannone, anima del gruppo ZetaZeroAlfa: musica alternativa, concerti dove i militanti si divertono a prendersi a cinghiate.

A Milano c’è Cuore Nero. Il circolo neofascista fondato da Roberto Jonghi Lavarini e dal capo ultrà interista Alessandro Todisco, già leader italiano degli Hammerskin, una setta violenta nata dal Ku Klux Klan che si batte in tutto il mondo per la supremazia della razza bianca. Dopo l’attentato incendiario subito l’11 aprile del 2007, i nazifascisti di Cuore nero ringraziano in un comunicato ufficiale tutti coloro che gli hanno espresso solidarietà e sostegno: tra gli altri, “in particolare”, la “coraggiosa” onorevole Mariastella Gelmini, all’epoca coordinatrice lombarda di Forza Italia e attuale ministro dell’Istruzione.

Saluti romani, pistole e ‘ndrine
La famiglia calabrese dei Di Giovine e quella siciliana dei Crisafulli, la destra in doppiopetto di An e quella estremista di Cuore nero. A Quarto Oggiaro, hinterland milanese, la ricerca del consenso politico incrocia sentieri scivolosi. A fare da cerniera tra le onorate famiglie – che gestiscono il mercato della droga -, le teste rasate e il Palazzo è sempre lui, il “Barone nero” Jonghi Lavarini. Quello fotografato con il ministro Ronchi e il sindaco Moratti. Quello che presenta a Ignazio La Russa Ciccio Crisafulli, erede del boss mafioso Biagio “Dentino” Crisafulli, in carcere dal ‘98 per traffico internazionale di droga. Camerata dichiarato, il rampollo Crisafulli frequenta Cuore nero così come il cugino James. A lui sarebbe stata dedicata la maglietta “Quarto Oggiaro stile di vita”, prodotta dalla linea di abbigliamento da stadio “Calci&Pugni” di Alessandro Todisco. L’avvocato Adriano Bazzoni è braccio destro di La Russa. C’è anche lui in una foto con Lavarini e con Salvatore Di Giovine, detto “zio Salva”, della cosca calabrese Di Giovine. Siamo sempre a Quarto Oggiaro, prima delle ultime elezioni politiche.

(17 marzo 2009)

Carico d’armi Usa sulla nave fantasma

***a cura di Peter Danssaert, Sergio Finardi, Pavlos Nerantzis, Carlo Tombola e il contributo di Mike Lewis della Omega Foundation.
È in corso un’iniziativa di «contrabbando» di armi che ha sostenuto l’offensiva militare d’Israele. E non è finita con la «tregua».

1. Il 6 Dicembre 2008 un contratto dello US Military Sealift Command, l’entità logistica della Marina Usa, viene vinto dalla compagnia marittima tedesca Oskar Wehr che gestisce una trentina di navi, perlopiù portacontainers di media dimensione. Il contratto (N00033-09-R-5505, N00033-09-C-5505, per 635.000 dollari richiede il trasporto di 989 containers dalla base navale di Sunny Point (North Carolina, poco a sud del porto di Southport, sulla costa orientale statunitense) al porto israeliano di Ashdod, 39 km a nord di Gaza City. La destinazione di questo carico è il deposito statunitense «War Reserve Stockpile for Allies (WRSA-I)» in Israele e il caricamento, dice il contratto, deve iniziare il 13 dicembre.
Poco dopo (31 dicembre), lo stesso Sealift Command fa un’offerta per altri due contratti (N00033-09-R-5205; N00033-09-R-5205), per il trasporto di 157 e 168 container rispettivamente, con destinazione ancora Ashdod e origine il porto di Navipe-Astakos – sulla costa ionica greca, poco a Nord dell’isola di Cefalonia. Il caricamento va effettuato a partire dal 15 gennaio.
Ashdod non è nuova come destinazione di armi e munizioni Usa – sia dirette alle forze armate israeliane, sia al deposito statunitense in Israele. Contratti di tale tipo sono stati assegnati dal Military Sealift Command in varie occasioni negli anni recenti (dal 2002 al 2008 ) con trasporti da Livorno (Camp Darby) e da vari porti greci e statunitensi ad Israele. Esempi recenti sono due contratti del 17 agosto 2007 assegnati all’ italiana «Enrico Bonistalli» di Livorno (247.500 dollari per il trasporto di 125 containers di munizioni) e alla statunitense TransAtlantic Lines LLC (449.000 dollari per 125 containers di munizioni) e un contratto del 28 agosto 2007 alla statunitense Sealift Inc. (745.000 dollari per 125 containers di munizioni), quest’ultimo proprio dal porto di Navipe-Astakos ad Ashdod (1.535 km di viaggio).
Alcuni ricercatori che seguono di routine i contratti e i trasporti militari s’accorgono che i contratti del dicembre 2008, oltre ad avere come destinazione Ashdod in questo momento, includono menzione del tipo di carico da trasportare: una vasta gamma sia di esplosivi ad alto potenziale (816 tonnellate nel primo contratto) che di esplosivi inclusi nella categoria H delle merci pericolose, ovvero fosforo bianco (secondo e terzo contratto), oltre ad altro munizionamento e ordigni esplosivi (da testate per missili a munizioni di vario tipo e bombe anti-bunker).
Agli inizi di gennaio i ricercatori rintracciano la nave incaricata del trasporto, la «Wehr Elbe» (IMO 9236688), capace di caricare 2.500 containers. Presente a Sunny Point il 13 dicembre, la nave parte il 20 con prima destinazione Astakos. La scoperta finisce sui tavoli della segreteria internazionale di Amnesty International, che già il 2 gennaio aveva in un comunicato chiesto l’embargo completo di invii di armi ad Israele e ad Hamas. Viene allertata la stampa e l’agenzia Reuters ne dà notizia il 10 di gennaio, provocando i primi sconquassi e smentite. Il Pentagono si affretta a precisare che i carichi non erano diretti alle forze armate israeliane, ma al deposito Usa succitato e il 12 gennaio il governo greco smentisce he navi dirette ad Ashdod siano partite dai porti greci. Compaiono altri articoli sulla stampa internazionale e il 13 gennaio una dichiarazione del Comando statunitense in Europa afferma che gli ultimi due contratti sono stati «cancellati» (teoricamente l’8 gennaio) e che l’operazione è stata «rimandata». Il 14 gennaio, un comunicato di Amnesty dettaglia tuttavia i termini delle operazioni, chiedendo che la nave venga fermata e Stop the War, il movimento greco di solidarietà, protesta contro l’attracco a Astakos. Il 17 il premier greco Costas Karamanlis, pur ammettendo che c’è stata la richiesta degli Stati uniti, afferma che la Grecia non avrebbe tuttavia dato il permesso agli americani di far attraccare la nave ad Astakos e che anche in passato nessun porto greco sarebbe stato interessato a tali invii. Pressioni del ministero degli esteri tedesco sulla Oskar Wehr perchè fermi la nave non sortiscono effetto dato che la Wehr Elbe non è più sotto controllo dell’armatore, ma direttamente del Sealift Command e ha a bordo militari statunitensi armati. Le cose però non stanno proprio così.

2. Le dichiarazioni Usa sottolineano come tali trasferimenti di munizionamento fossero stati programmati molto prima del conflitto a Gaza e non avessero relazioni con le necessità dell’esercito israeliano. Vediamo i fatti. È certamente possibile che i trasferimenti siano stati discussi o decisi qualche mese prima del dicembre (probabilmente anche l’operazione israeliana è stata «discussa» con il Pentagono qualche mese prima di iniziare…), ma resta il fatto che il bando di gara del primo contratto è datato 4 dicembre e i tempi di carico e scarico che esso prevede sono inusualmente stretti, ad indicare un’operazione urgente e non routinaria. A quella prima offerta di contratto se ne aggiungono altre due il 31 dicembre, quattro giorni dopo l’inizio dell’assalto israeliano su Gaza.
Quanto poi al fatto che i containers fossero realmente diretti al deposito Usa in Israele, le dichiarazioni del Pentagono omettono un particolare importante: come è scritto in una comunicazione del Pentagono al presidente del Comitato sulle Forze Armate del Senato Usa, John Warner, datata 10 Aprile 2003, «il Dipartimento della Difesa mantiene un deposito – War Reserve Stockpile – in Israele. Tale deposito è un’entità separata che contiene munizioni e materiale posseduti dagli Stati Uniti e destinati all’uso di riserva di guerra da parte degli Stati Uniti e possono essere trasferiti al governo di Israele in una emergenza, previo rimborso». Mentre si ribadisce che nulla è gratis al mondo, la clausola finale è chiara.

3. Sulle dichiarazioni del governo greco che vorrebbero la Grecia alla fine estranea a questi trasferimenti. Anche qui è certo possibile – e vi sono dichiarazioni statunitensi del 13 gennaio al proposito – che le autorità greche, vista la malparata, abbiano all’ultimo momento negato agli Usa l’approdo ad Astakos, ma è del tutto irrealistico che la Grecia non avesse dato il benestare all’operazione.
Tutti e tre gli invii previsti coinvolgono il porto di Navipe-Astakos: due differenti strumenti di tracciamento dei percorsi delle navi danno a Wehr Elbe a Sunny Point il 13 dicembre con partenza il 20 per il porto di Astakos e tracciano la nave vicino a Gibilterra il 28 dicembre, specificando ancora Astakos come destinazione. Non c’è ragione di pensare che la destinazione non fosse quella, dato che le informazioni arrivano a tali strumenti dalle navi stesse e dagli agenti assicurativi. Inoltre, i due ultimi contratti («cancellati») menzionano esplicitamente Astakos come porto di partenza per Ashdod. Nessuno, in trasporti marittimi di tale genere e che nel caso prevedevano l’assistenza di almeno quattro imbarcazioni anti-incendio per le operazioni di carico e scarico, può sensatamente (e anche per legge) mettere come destinazione un porto a cui non abbia comunicato l’arrivo della nave e il tipo di carico e non ne abbia ricevuto approvazione. È del tutto falsa poi l’affermazione del premier greco relativa all’inesistenza di invii di munizioni ad Israele nel passato. Vi sono, come detto, almeno tre altri contratti del Sealift Command, assegnati nel 2007, che nominano o Astakos o genericamente la Grecia come punto di partenza di ingenti invii di munizioni ad Ashdod. E non si tratta di bandi di concorso, ma di contratti vinti e assegnati a trasportatori marittimi per svariate centinaia di migliaia di dollari. Vi è infine da notare che il reale percorso della Wehr Elbe mostra alcuni elementi che contrastano direttamente con quanto affermato dal governo greco, indicando inoltre un possibile coinvolgimento dell’Italia.
A Gaza l’assalto israeliano ha provocato la morte di 1.400 persone (la più parte civili) e il ferimento grave di altre 5.100. Tutto è ora appeso a una fragilissima tregua unilaterale annunciata da Israele e anche da Hamas, rispetto alle quali buon ultima è arrivata l’Unione europea che non ha posto termini al ririto israeliano e che, fin qui, è stata immobile se non complice delle scelte della leadership israeliana. Con l’Onu in macerie, fra l’altro almeno tre volte bersaglio dei raid israeliani. Unico obiettivo dichiarato è quello di «fermare il contrabbadno di armi», naturalmente solo quello illegale per Hamas. Ma se l’offensiva dovesse riprendere e allargarsi, l’enorme e letale carico della Wehr Elbe non resterebbe certo nei depositi statunitensi ma verrebbe probabilmente «trasferito al governo di Israele in una emergenza, previo rimborso». Se Wehr Elbe è davvero attraccata a Taranto vi è la possibilità che essa abbia trasferito il suo carico su una veloce portacontainer che ha lasciato proprio Taranto il 15/1 ed è arrivata ad Ashdot sabato 17. Fermiamo il «contrabbando» di questi carichi di morte prima che sia troppo tardi.

SCHEDA
La Wehr Elbe parte da Sunny Point/Southport il 20 dicembre. La sua velocità massima è di 22 nodi (22 miglia nautiche all’ora) e la velocità di crociera è intorno ai 18 nodi. I segnali satellitari mandati dalla nave la vedono il 28 dicembre al largo di Ceuta, poco oltre lo Stretto di Gibilterra. Da Sunny Point allo Stretto di Gibilterra vi sono circa 3.524 miglia nautiche (6.526 km), che la nave poteva percorrere in circa 8 giorni a 18 nodi di velocità media, a conferma della data succitata. Un’informativa di fonte assicurativa afferma che la Wehr Elbe sarebbe arrivata in primo luogo a Zeebrugge, in Belgio, e si sarebbe poi diretta verso Gibilterra e Astakos. Non c’è conferma indipendente di tale percorso, ma il passaggio da Zeebrugge avrebbe aggiunto più di tre giorni al viaggio e la nave non avrebbe verosimilmente potuto essere vicina a Ceuta il 28 dicembre. I segnali satellitari mostrano poi che la nave, passata Gibilterra, non si dirige verso Ashdod ma direttamente verso Astakos e il 31 dicembre è a circa 150 km dal porto greco. Il primo gennaio è a 4 miglia dal porto e si ferma. Dall’1 all’11 gennaio la nave sembra non sapere che fare e i segnali la danno continuamente in circolo intorno a quell’ultimo punto. Il 12 gennaio tuttavia, alle ore 9, la nave riparte in direzione Sud e passa intorno alla costa meridionale di Cefalonia e alle 12 cambia ancora direzione, puntando dritta verso Nord e il mare Adriatico. Alle alle 15 e 30, ultimo rilievo disponibile (dato che probabilmente ha spento il segnalatore), modifica ancora la rotta in direzione Nord-Ovest. Poi il silenzio. Se davvero il governo greco non avesse mai dato alcun permesso d’attracco ad Astakos, perché il capitano avrebbe portato la nave dritta ad Astakos invece che ad Ashdod? Il noleggio di una tale nave costa in media 18/20 mila dollari al giorno (e probabilmente molto di più per carichi di questo genere), i suoi spostamenti vengono preparati con grande cura e certo non si va alla speraindio. Evidentemente, il Sealift Command aveva per qualche ragione pianificato sin dall’inizio un passaggio da Astakos, probabilmente in congiunzione con le spedizioni previste dai due contratti poi «cancellati» l’8 gennaio. Infine, il fatto che la nave giri in circolo per più di dieci giorni (200 mila dollari aggiuntivi a tariffe normali) potrebbe segnalare che o era in corso una frenetica trattativa tra greci e statunitensi per evitare l’approdo effettivo ad Astakos o si aspettava che arrivassero i container relativi ai contratti «cancellati». L’armatore della Wehr Elbe afferma di non aver concorso per gli altri due contratti. Dovevano dunque arrivare altre navi? O semplicemente il Sealift Command voleva far caricare sulla Wehr Elbe gli ulteriori 325 containers previsti dai due contratti «cancellati»? Dove sono finiti quei 325 container di munizioni che avrebbero dovuto essere caricati ad Astakos? Al porto di Astakos stanno arrivando gruppi dello «Stop the War» greco e forse potrebbero dirci qualcosa in proposito, ma dove sta andando la Wehr Elbe con i suoi 989 containers originali e le 816 tonnellate di esplosivi ad alto potenziale? Senza poter escludere l’approdo in due vicini porti albanesi e montenegrini, la rotta sembrerebbe indicare come possibili destinazioni Brindisi o Taranto. Soprattutto in quest’ultimo la Us Navy e la Nato godono di diritti di approdo esclusivi nell’area portuale e di attrezzature adeguate ad accogliere quella bomba natante. Nessuno, tranne il Sealift Command e certo qualche autorità italiana, sa dove sia attualmente la nave. Forse è già arrivata da qualche parte e aspetta, letteralmente, che si calmino le acque.

Dal Manifesto 19-01-09

“Lettera alla mia terra”

Qualche giorno fa, in seguito alla strage di ragazzi africani compiuta dal clan dei casalesi a Castelvolturno, Roberto Saviano ha pubblicato una lettera in cui faceva nomi e cognomi dei responsabili di quell’eccidio. Come accade da molto (troppo) tempo a questa parte, la maggior parte dei mezzi di informazione ha riportato la notizia  in modo superficiale e con un “impressionante” allineamento alla vulgata filo-governativa (”ma anche” di opposizione) e fascistoide che vuole ogni migrante criminale, definendo ”camorristi” i sei ragazzi africani morti.

D’altra parte l’informazione in questo paese (e non solo) ha da tempo abbandonato il suo ruolo di critica del potere nelle sue diverse forme e ha intrapreso la “singolare”, quanto efficace per il potere stesso,  doppia via della omissione della notizia se riporta a una formulazione critica dell’attuale etica pubblica o della spettacolarizzazione della stessa se invade la dimensione del privato-borghese (vedi Cogne e simili). La ”prima via” ha l’effetto di intorpidire le menti e di morfinizzare la capacità di critica degli eventi, la “seconda” induce un senso diffuso e pericoloso di insicurezza (il mostro è sempre alle porte, può essere chiunque) che aumenta la domanda di politiche securitarie e violente rivolte soprattutto contro soggetti socialmente deboli perchè senza diritti (migranti, prostitute, tossicodipendenti per citarne alcuni), con chiari vantaggi per chi si fa portatore di soluzioni dal vago sapore di ventennio.

Lo stesso è accaduto per  l’ennesima violenta strage di camorra, lo stesso accade per i morti sul lavoro, lo stesso accade se si affronta il tema del rapporto tra mafia e imprenditoria (Berlusconi dovrebbe sapere qualcosa) , lo stesso accade se si parla delle condizioni di sfuttamento in cui vivono migliaia di migranti in questo belpaese, lo stesso se ci si chiede quali sono stati (e sono) i rapporti tra un partito come Forza Italia e la mafia all’inizio degli anni Novanta, e via dicendo….Tutto omesso  o riportato in qualche testata giornalistica, senza impomatati Bruno Vespa o gentili e accomodanti Mentana che invitano esperti o imbastiscono intere trasmissioni come, invece,  sanno fare benissimo con i vari delitti in salsa provinciale.

Ci sono tante notizie che l’informazione (o presunta tale) non fornisce. L’obiettivo è chiaro. Non parlarne non soltanto per insabbiare tutto e per permettere al potere di autoconservarsi, ma soprattutto non parlarne per non permettere l’esercizio fondamentale della critica e della nascita di un pensiero fondato sulla critica e sul dubbio. Questo è l’obiettivo fondamentale, il cui unico risultato è la perdita del risultato più grande della civiltà moderna: la libertà e con essa il senso di liberazione. Viene spesso in mente in questi casi ricordare la legge morale e il cielo stellato di Kant, e un velo di tristezza compare al pensiero di quanto dimenticato sia oggi il sommo illuminista.

Roberto Saviano  e pochi altri con lui rappresentano un’eccezione lontana anni luce dal liquame dell’informazione servile. Con la sua lettera, che anche noi pubblichiamo in segno di condivisione delle sue lotte e di solidarietà piena e incondizionata alle sue battaglie,  ha, per l’ennesima volta, aperto uno squarcio su quanto di marcio c’è stato in quella strage e su quanta responsabilità ha la gente, che preferisce “solo una vita tranquilla e semplice, una quotidianità accettabile, il calore di una famiglia“. Da questa lettera emerge anche un grido di dolore per lo stato della propria terra e allo stesso tempo la volontà di liberazione dalla inquietante e complice tranquillità che pervade la gente e che nasconde la paura della ribellione.

“Lettera alla mia terra”

di Roberto Saviano

Il grido d’accusa dello scrittore dopo la strage di Castel Volturno “Davvero pensate che nulla di ciò che accade dipenda dal vostro impegno?”

I responsabili hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un’anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d’Europa. Se la racconteranno così. Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pasquale Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. Per ammazzare svuotano caricatori all’impazzata, per caricarsi si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka. Sparano a persone disarmate, colte all’improvviso o prese alle spalle. Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli alle spalle

E io mi chiedo: nella vostra terra, nella nostra terra sono ormai mesi e mesi che un manipolo di killer si aggira indisturbato massacrando soprattutto persone innocenti. Cinque, sei persone, sempre le stesse. Com’è possibile? Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l’amore? Vi ponete il problema, o vi basta dire, “così è sempre stato e sempre sarà così? Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipende dal vostro impegno o dalla vostra indignazione? Che in fondo tutti hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient’altro. Vi bastano queste risposte per farvi andare avanti? Vi basta dire “non faccio niente di male, sono una persona onesta” per farvi sentire innocenti? Lasciarvi passare le notizie sulla pelle e sull’anima. Tanto è sempre stato così, o no? O delegare ad associazioni, chiesa, militanti, giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli? Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non felici ma in pace? Vi basta veramente?

Questo gruppo di fuoco ha ucciso soprattutto innocenti. In qualsiasi altro paese la libertà d’azione di un simile branco di assassini avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece qui si tratta solo di crimini connaturati a un territorio considerato una delle province del buco del culo d’Italia. E quindi gli inquirenti, i carabinieri e poliziotti, i quattro cronisti che seguono le vicende, restano soli. Neanche chi nel resto del paese legge un giornale, sa che questi killer usano sempre la stessa strategia: si fingono poliziotti. Hanno lampeggiante e paletta, dicono di essere della DIA o di dover fare un controllo di documenti. Ricorrono a un trucco da due soldi per ammazzare con più facilità. E vivono come bestie: tra masserie di bufale, case di periferia, garage.
Hanno ucciso sedici persone. La mattanza comincia il 2 maggio verso le sei del mattino in una masseria di bufale a Cancello Arnone. Ammazzano il padre del pentito Domenico Bidognetti, cugino ed ex fedelissimo di Cicciotto e’ mezzanotte. Umberto Bidognetti aveva 69 anni e in genere era accompagnato pure dal figlio di Mimì che giusto quella mattina non era riuscito a tirarsi su dal letto per aiutare il nonno. Il 15 maggio uccidono a Baia Verde, frazione di Castelvolturno, il sessantacinquenne Domenico Noviello, titolare di una scuola guida. Domenico Noviello era un uomo che si era opposto al racket otto anni prima. Era stato sotto scorta, ma poi il ciclo di protezione era finito. Noviello non sapeva di essere nel mirino, non se l’aspettava. Gli scaricano addosso 20 colpi mentre con la sua Panda stava andando a fare una sosta al bar prima di aprire l’autoscuola. La sua esecuzione era anche un messaggio alla Polizia che stava per celebrare la sua festa proprio a Casal di Principe tre giorni dopo e ancor più una chiara dichiarazione: può passare quasi un decennio ma i Casalesi non dimenticano. Prima ancora, il 13 maggio, distruggono con un incendio la fabbrica di materassi di Pietro Russo a Santa Maria Capua Vetere. E’ l’unico dei loro bersagli ad avere una scorta. Perché è stato l’unico che, con Tano Grasso, tentò di organizzare un fronte contro il racket in terra casalese. Poi, il 30 maggio, a Villaricca colpiscono alla pancia Francesca Carrino, una ragazza, venticinque anni, nipote di Anna Carrino, la ex compagna di Francesco Bidognetti, pentita. Era in casa con la madre e con la nonna, ma era stata lei ad aprire la porta ai killer che si spacciavano per agenti della DIA. Non passa nemmeno un giorno che a Casal di Principe, mentre dopo pranzo sta per andare al “Roxy bar” uccidono Michele Orsi, imprenditore dei rifiuti vicino al clan che, arrestato l’anno prima, aveva cominciato a collaborare con la magistratura svelando gli intrighi rifiuti-politica-camorra. E’ un omicidio eccellente che fa clamore, solleva polemiche, fa alzare la voce ai rappresentanti dello Stato. Ma non fa fermare i killer. L’11 luglio uccidono al Lido “La Fiorente” di Varcaturo Raffaele Granata, 70 anni, gestore dello stabilimento balneare e padre del sindaco di Calvizzano. Anche lui paga per non aver anni prima ceduto alle volontà del clan. Il 4 agosto massacrano a Castelvolturno Ziber Dani e Arthur Kazani che stavano seduti ai tavoli all’aperto del “Bar Kubana” e, probabilmente, il 21 agosto Ramis Doda, venticinque anni, davanti al “Bar Freedom” di San Marcellino. Le vittime sono albanesi che arrotondavano con lo spaccio, ma avevano il permesso di soggiorno e lavoravano nei cantieri come muratori e imbianchini. Poi il 18 agosto aprono un fuoco indiscriminato contro la villetta di Teddy Egonwman, presidente dei nigeriani in Campania che si batte da anni contro la prostituzione delle sue connazionali, ferendo gravemente lui, sua moglie Alice e altri tre amici. Tornano a San Marcellino il 12 settembre per uccidere Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi, massacrati mentre stavano facendo manutenzione ai camion della ditta di trasporti di cui il primo era titolare. Anche lui non aveva obbedito, e chi gli era accanto è stato ucciso perché testimone. E infine, il 18 settembre, trivellano prima Antonio Celiento, titolare di una sala giochi a Baia Verde e un quarto d’ora dopo, aprono un fuoco di 130 proiettili di pistole e kalashnikov contro gli africani riuniti dentro e davanti la sartoria “Ob Ob Exotic Fashion” di Castelvolturno. Muoiono Samuel Kwaku, 26 anni e Alaj Ababa, del Togo; Cristopher Adams e Alex Geemes, 28 anni, liberiani; Kwame Yulius Francis, 31 anni e Eric Yeboah, 25, ghanesi, mentre viene ricoverato con ferite gravi Joseph Ayimbora, 34 anni, anche lui del Ghana. Solo uno o due di loro avevano forse a che fare con la droga, gli altri ragazzi erano lì per caso, lavoravano duro nei cantieri o dove capitava, e pure nella sartoria.

Sedici vittime in meno di sei mesi. Qualsiasi paese democratico con una situazione del genere avrebbe vacillato. Qui da noi, nonostante tutto, neanche se n’è parlato. Neanche si era a conoscenza da Roma in su di questa scia di sangue e questo terrorismo, che non parla arabo, che non ha stelle a cinque punte, ma comanda e domina senza contrasto. Ammazzano chiunque si oppone. Ammazzano chiunque capiti sotto tiro, senza riguardi per nessuno. La lista dei morti potrebbe essere più lunga, molto più lunga. E per tutti questi mesi nessuno ha informato l’opinione pubblica che girava questa “paranza di fuoco”. Paranza, come le barche che escono a pescare insieme in alto mare. Nessuno ne ha rivelato i nomi sino a quando non hanno fatto strage a Castelvolturno. Ma sono sempre gli stessi, usano sempre le stesse armi, anche se cercano di modificarle per trarre in inganno la scientifica, segno che ne dispongono di poche. Non entrano in contatto con le famiglie, stanno rigorosamente fra di loro. Ogni tanto qualcuno li intravede nei bar di qualche paesone, dove si fermano per riempirsi d’alcol. E da sei mesi nessuno riesce ad acciuffarli.
Castelvolturno, territorio dove sono avvenuti la maggior parte dei delitti, non è un luogo qualsiasi. Non è un quartiere degradato, un ghetto per reietti e sfruttati come se ne possono trovare anche altrove, anche se ormai certe sue zone somigliano più alle home town dell’africa che al luogo di turismo balneare per il quale erano state costruite le sue villette. Castelvolturno è il luogo dove i Coppola edificarono la più grande cittadella abusiva del mondo, il celebre Villaggio Coppola.

Ottocentosessantatremila metri quadrati occupati col cemento. Che abusivamente presero il posto di una delle più grandi pinete marittime del mediterraneo. Abusivo l’ospedale, abusiva la caserma dei carabinieri, abusive le poste. Tutto abusivo. Ci andarono ad abitare le famiglie dei soldati della NATO. Quando se ne andarono, il territorio cadde nell’abbandono più totale e divenne tutto feudo di Francesco Bidognetti e al tempo stesso territorio della mafia nigeriana. I nigeriani hanno una mafia potente con la quale ai Casalesi conveniva allearsi, il loro paese è diventato uno snodo nel traffico internazionale di cocaina e le organizzazioni nigeriane sono potentissime capace di investire soprattutto nei Money Transfer, i punti attraverso i quali tutti gli immigrati del mondo inviano i soldi a casa. Attraverso questi i nigeriani controllano soldi e persone.

Da Castelvolturno transita la coca africana diretta soprattutto in Inghilterra. Le tasse sul traffico che quindi il clan impone non sono soltanto il pizzo sullo spaccio al minuto, ma accordi di una sorta di joint venture. Ora però i nigeriani sono potenti, potentissimi. Così come lo è la mafia albanese, con la quale i Casalesi sono in affari. E il clan si sta slabbrando, teme di non essere più riconosciuto come chi comanda per primo e per ultimo sul territorio. Ed ecco che nei vuoti si insinuano gli uomini della paranza. Uccidono dei pesci piccoli albanesi come azione dimostrativa, fanno strage di africani di cui nessuno viene dalla Nigeria, colpiscono gli ultimi anelli della catena di gerarchie etniche e criminali. Muoiono ragazzi onesti, ma come sempre in questa terra, per morire non dev’esserci una ragione. E basta poco per essere diffamati. I ragazzi africani uccisi erano immediatamente tutti “trafficanti” come furono “camorristi” Giuseppe Rovescio e Vincenzo Natale, ammazzati a Villa Literno il 23 settembre 2003 perché erano fermi a prendere una birra vicinio a Francesco Galoppo, affiliato del clan Bidognetti. Anche loro furono subito battezzati come criminali.
Non è la prima volta che si compie da quelle parti una mattanza di immigrati. Nel 1990 Augusto La Torre, boss di Mondragone, partì con i suoi fedelissimi alla volta di un bar che pur gestito da italiani, era diventato un punto di incontro per lo spaccio degli africani. Tutto avveniva sempre lungo la statale Domitiana, a Pescopagano, pochi chilometri a nord di Castelvolturno, però già in territorio mondragonese. Uccisero sei persone, fra cui il gestore, e ne ferirono molte altre. Anche quello era stato il culmine di una serie di azioni contro gli stranieri, ma i Casalesi che pure approvavano le intimidazioni non gradirono la strage. La Torre dovette incassare critiche pesanti da parte di Francesco “Sandokan” Schiavone. Ma ora i tempi sono cambiati e permettono di lasciar esercitare una violenza indiscriminata a un gruppo di cocainomani armati.
Chiedo di nuovo alla mia terra come si immagina. Lo chiedo anche a tutte quelle associazioni di donne e uomini che in grande silenzio qui lavorano e si impegnano. A quei pochi politici che riescono a rimanere credibili, che resistono alle tentazioni della collusione o della rinuncia a combattere il potere dei clan. A tutti coloro che fanno bene il loro lavoro, a tutti coloro che cercano di vivere onestamente, come in qualsiasi altra parte del mondo. A tutte queste persone. Che sono sempre di più, ma sono sempre più sole. Come vi immaginate questa terra. Se è vero, come disse Danilo Dolci, che ciascuno cresce solo se è sognato, voi come ve li sognati questi luoghi? Non c’è stata mai così tanta attenzione rivolta alle vostre terre e quel che vi è avvenuto e vi avviene. Eppure non sembra cambiato molto.

I due boss che comandano continuano a comandare e ad essere liberi. Antonio Iovine e Michele Zagaria. Dodici anni di latitanza. Anche di loro si sa dove sono. Il primo è a San Cipriano d’Aversa, il secondo a Casapesenna. In un territorio grande come un fazzoletto di terra, possibile che non si riesca a scovarli? E’ storia antica quella dei latitanti ricercati in tutto il mondo e poi trovati proprio a casa loro. Ma è storia nuova che ormai ne hanno parlato più e più volte giornali e tv, politici di ogni colore hanno promesso che li faranno arrestare, ma intanto il tempo passa e nulla accade. E sono lì. Passeggiano, parlano, incontrano persone.
Ho visto che nella mia terra sono comparse scritte contro di me. Saviano merda. Saviano verme. E un’enorme bara con il mio nome. E poi insulti, continue denigrazioni a partire dalla più ricorrente e banale: “Quello: s’è fatto i soldi”. Col mio lavoro di scrittore adesso riesco a vivere e, per fortuna, pagarmi gli avvocati. E loro? Loro che comandano imperi economici e si fanno costruire ville faraoniche in paesi dove non ci sono nemmeno le strade asfaltate? Loro che per lo smaltimento di rifiuti tossici sono riusciti in una sola operazione a incassare sino a 500milioni di euro e hanno imbottito la nostra terra di veleni al punto tale di far lievitare fino al 24% certi tumori, e le malformazioni congenite fino all’84% percento? Soldi veri che generano secondo l’Osservatorio epidemiologico campano una media di 7.172,5 morti per tumore all’anno in Campania. E ad arricchirsi sulle disgrazie di questa terra sarei io con le mie parole o i carabinieri e i magistrati, i cronisti e tutti gli altri che con libri o film o in ogni altro modo continuano a denunciare? Com’è possibile che si crei un tale capovolgimento di prospettive? Com’è possibile che anche persone oneste si uniscano a questo coro? Pur conoscendo la mia terra, di fronte a tutto questo, io rimangono incredulo e sgomento e anche ferito al punto che fatico a trovare la mia voce. Perché il dolore porta ad ammutolire, perché l’ostilità porta a non sapere a chi parlare. E allora a chi devo rivolgermi, che cosa dico?

Come faccio a dire alla mia terra di smettere di essere schiacciata tra l’arroganza dei forti e la codardia dei deboli? Oggi qui in questa stanza dove sono, ospite di chi mi protegge, è il mio compleanno. Penso a tutti i compleanni passati così, da quando ho la scorta, un po’ nervoso, un po’ triste, e soprattutto solo. Penso che non potrò mai più passarne uno normale nella mia terra, che non potrò mai più metterci piede. Rimpiango come un malato senza speranze tutti i compleanni trascurati, snobbati perché è solo una data qualsiasi e un altro anno ce ne sarà uno uguale. Ormai si è aperta una voragine nel tempo e nello spazio, una ferita che non potrà mai rimarginarsi. E penso pure e soprattutto a chi vive la mia stessa condizione e non ha come me il privilegio di scriverne e parlare a molti. Penso ad altri amici sotto scorta, Raffaele, Rosaria, Lirio, Tano, penso a Carmelina, la maestra di Mondragone che aveva denunciato il killer di un camorrista e che da allora vive sotto protezione, lontana, sola. Lasciata dal fidanzato che doveva sposare, giudicata dagli amici che si sentono schiacciati dal suo coraggio e dalla loro mediocrità. Perché non c’era stata solidarietà per il suo gesto, anzi, ci sono state critiche e abbandono. Lei ha solo seguito un richiamo della sua coscienza e ha dovuto barcamenarsi con il magro stipendio che le da lo stato. Cos’ha fatto Carmelina, cos’hanno fatto altri come lei per avere la vita distrutta e sradicata, mentre i boss latitanti continuano a poter vivere protetti e rispettati nelle loro terre? E chiedo alla mia terra, che cosa ci rimane. Ditemelo. Galleggiare? Far finta di niente? Calpestare scale di ospedali lavate da cooperative di pulizie loro, ricevere nei serbatoi la benzina spillata da pompe di benzina loro? Vivere in case costruite da loro, bere il caffè della marca imposta da loro (ogni marca di caffè per essere venduta nei bar deve avere l’autorizzazione dei clan), cucinare nelle loro pentole (il clan Tavoletta gestiva produzione e vendita delle marche più prestigiose di pentole)? Mangiare il loro pane, la loro mozzarella, i loro ortaggi? Votare i loro politici che riescono, come dichiarano i pentiti, ad arrivare alle più alte cariche nazionali? Lavorare nei loro centri commerciali, costruiti per creare posti di lavoro e sudditanza dovuta al posto di lavoro, ma intanto non c’è perdita perché gran parte dei negozi sono loro? Siete fieri di vivere nel territorio con i più grandi centri commerciali del mondo e insieme uno dei più alti tassi di povertà? Passare il tempo nei locali gestiti o autorizzati da loro? Sedersi al bar vicino ai loro figli, i figli dei loro avvocati, dei loro colletti bianchi? E trovarli simpatici e innocenti, tutto sommato persone gradevoli, perché loro in fondo sono solo ragazzi, che colpa hanno dei loro padri.

E infatti non si tratta di stabilire colpe, ma smettere di accettare e di subire sempre, smettere di pensare che almeno c’è ordine, che almeno c’è lavoro, e che basta non grattare, non alzare il velo, continuare ad andare avanti per la propria strada. Che basta fare questo e nella nostra terra si è già nel migliore dei mondi possibili, o magari no, ma nell’unico mondo possibile sicuramente. Quanto ancora dobbiamo aspettare? Quanto ancora dobbiamo vedere i migliori emigrare e i rassegnati rimanere? Siete davvero sicuri che vada bene così? Che le serate che passate a corteggiarvi, a ridere, a litigare, a maledire il puzzo dei rifiuti bruciati, a scambiarvi quattro chiacchiere, possano bastare? Voi volete una vita semplice, normale, fatta di piccole cose, mentre intorno a voi c’è una guerra vera, mentre chi non subisce e denuncia e parla, perde ogni cosa. Come abbiamo fatto a divenire così ciechi? Così asserviti e rassegnati, così piegati?

Come è possibile che solo gli ultimi degli ultimi, gli africani che subiscono lo sfruttamento e la violenza dei clan italiani e di altri africani, abbiano saputo una volta tirare fuori più rabbia che paura e rassegnazione? Non posso credere che un sud così ricco di talenti e forze possa davvero accontentarsi solo di questo. La Calabria ha il PIL più basso d’Italia ma “Cosa Nuova”, ossia la ndrangheta fattura quanto e più di una intera manovra finanziaria italiana. Alitalia sarà in crisi, ma a Grazzanise, in un territorio marcio di camorra, si sta per costruire il più grande aeroporto italiano, il più vasto del mediterraneo. Una terra condannata a far circolare enormi capitali senza avere uno straccio di sviluppo vero, e invece ha danaro, profitto, cemento che ha il sapore del saccheggio, non della crescita.
Non posso credere che riescano a resistere soltanto pochi individui eccezionali. Che la denuncia sia ormai solo il compito dei pochi singoli, preti, maestri, medici, i pochi politici onesti e gruppi che interpretano il ruolo della società civile. E il resto? Gli altri se ne stanno buoni e zitti, tramortiti dalla paura? La paura. L’alibi maggiore. Fa sentire tutti a posto perché è in suo nome che si tutelano la famiglia, gli affetti, la propria vita innocente, il proprio sacrosanto diritto a viverla e costruirla. Ma non avere più paura, non sarebbe difficile. Basterebbe agire, ma non da soli. La paura va a braccetto con l’isolamento. Ogni volta che qualcuno si tira indietro, crea altra paura, che crea ancora altra paura, in un crescendo esponenziale che immobilizza, erode, lentamente manda in rovina.

“Si può edificare la felicità del mondo sulle spalle di un unico bambino maltrattato?” domanda Ivan Karamazov a suo fratello Aljoša. Ma voi non volete un mondo perfetto, volete solo una vita tranquilla e semplice, una quotidianità accettabile, il calore di una famiglia. Accontentarvi di questo pensate che vi metta al riparo di ansie e dolori. E forse ci riuscite, riuscite a trovare una dimensione in cui trovate serenità. Ma a che prezzo? Se dovessero nascere malati o ammalarsi i vostri figli, se un’ altra volta dovreste rivolgervi a un politico che in cambio di un voto vi darà un lavoro senza il quale anche i vostri piccoli sogni e progetti finiscono nel vuoto, quando faticherete ad ottenere un mutuo per la vostra casa mentre i direttori delle stesse banche saranno sempre disponibili con chi comanda, quando vedrete tutto questo, forse, vi renderete conto che non c’è riparo, che non esiste nessun ambito protetto, e che l’atteggiamento che pensavate realistico e saggiamente disincantato, vi ha appestato l’anima di un risentimento e rancore che toglie ogni gusto alla vostra vita. Perché se tutto ciò è triste la cosa ancora più triste è l’abitudine. Abituarsi che non ci sia null’altro da fare che rassegnarsi, arrangiarsi o andare via. Chiedo alla mia terra se riesce ancora ad immaginare di poter scegliere. Le chiedo se è in grado di compiere almeno quel primo gesto di libertà che sta nel riuscire a pensarsi diversa, di pensarsi libera. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quel che è invece opera degli uomini.
Quegli uomini possono strapparti alla tua terra e al tuo passato, portarti via la serenità, impedirti di trovare una casa, scriverti insulti sulle pareti del tuo paese, possono fare il deserto intorno a te. Ma non possono estirpare quel che resta una certezza e, per questo, rimane pure una speranza. Che non è giusto, non è per niente naturale, far sottostare un territorio al dominio della violenza e dello sfruttamento senza limiti. E che non deve andare avanti così, perché così è sempre stato. Anche perché non è vero che tutto è sempre uguale, ma è sempre peggio. Perché la devastazione cresce proporzionalmente con i loro affari, perché è irreversibile come la terra una volta per tutte appestata, perché non conosce limiti. Perché là fuori si aggirano sei killer abbruttiti e strafatti, con licenza di uccidere e non mandato, che non si fermano di fronte a nessuno. Perché sono loro l’immagine e somiglianza di ciò che regna oggi su queste terre e di quel che le attende domani, dopodomani, nel futuro. Bisogna trovare la forza di cambiare. Ora, o mai più.

Copyright 2008
by Roberto Saviano
Published by arrangement
of Roberto Santachiara
Literary Agency

22 September 2008

Buongiorno Salò

L’Italia `e affaticata, invigliacchita, logorata dalla televisione. Ha perduto il senso della vergogna, ha tralasciato il buon gusto di rimanere in silenzio quando `e opportuno, ha dismesso completamente ogni valore etico in nome di una  indifferenza televisiva da lasciare senza lacrime. Oramai si pu`o sentire qualunque affermazione su qualunque orrore  della storia. L’opinione pubblica `e un’opinione privata. L’indecenza `e un parastato controllato dalle televisioni e dai  poteri forti. Il puzzo del compromesso morale, come soleva chiamarlo il giudice Borsellino, `e un fresco profumo di  colonia. La gente, la folla, il pubblico, il popolo non si domanda pi`u niente. Basta un servizio di Studio Aperto per credere terminata l’emergenza rifiuti a Napoli, ne basta un altro del TG1 per immaginare le citt`a italiane pi`u sicure con una manciata di militari a zonzo. A Berlusconi, poi, si concede libert`a illimitata di sproloquio. Gli si fa dire che
l’energia nucleare proviene dalla “scomposizione delle cellule” [1], dopo essersi ispirato a Falcone per la sua riforma giudiziaria [2] e comunque non prima di aver chiamato eroe, un mafioso criminale come Mangano [3]. Ma questo `e il male minore. La Roma imperiale di Alemanno ha imparato a pestare due ragazzi che passeggiavano mano nella mano, con sputi e bottigliate in faccia, mentre La Russa ha ricordato malinconico quei ragazzi di Sal`o. Ed `e proprio  di questo che vogliamo parlare. Di quei bravi ragazzi della Repubblica Sociale Italiana (RSI).

La Repubblica di Sal`o, nata il 23 settembre 1943 col nome di Stato Nazionale Repubblicano, era uno Stato fantoccio sotto il controllo totale dei tedeschi, che comprendeva i territori italiani del nord fino ai confini settentrionali della Campania. Con l’avanzare delle truppe alleate, il territorio si fece sempre pi`u breve, fino alla definitiva scomparsa avvenuta nell’aprile 1945 con l’esecuzione di Benito Mussolini. La RSI aveva un esecutivo che lavorava in assenza di una Costituzione e gli uffici di capo della Repubblica, capo del Governo e Ministro degli Esteri erano concentrati nell’unica persona del Duce. I pilastri della RSI erano contenuti nel Manifesto di Verona, che sanciva la nascita del Partito Fascista Repubblicano e cos`ı anche ufficialmente della Repubblica di Sal`o. Tra gli “alti” ideali citiamo (tanto per ricordarlo all’on. La Russa, AN) l’articolo 7: “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa  guerra appartengono a nazionalit`a nemica.” Decisamente un alto ideale di amore per la patria: “Farei un torto alla mia coscienza – dice La Russa a Porta San Paolo [4] – se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell’esercito della RSI, soggettivamente e dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani, e meritando quindi il rispetto pur nella
differenza di posizioni di tutti coloro che guardano con obiettivit`a alla storia d’Italia.”
E l’Italia tacque. Proprio sulla pagina pi`u vergognosa della nostra storia. Quando si doveva far capire alle nuove  generazioni la differenza tra i valori della Resistenza antifascista e gli ideali nazisti dei Repubblichini. Molti ignorano che la “caccia all’ebreo” e la successiva deportazione di massa, in Italia, `e iniziata di fatto con la nascita della RSI. Caccia notevolmente coadiuvata dai ragazzi di Sal`o, impegnatissimi nei rastrellamenti e nella consegna ai tedeschi degli uomini di “razza ebraica” da condannare a morte. Tutto questo in cambio di privilegi, cibo, grappa e donnine. Molti ignorano l’attiva collaborazione delle autorit`a della RSI, in primis nella persona del capo dell’“Ufficio Razza” presso la Questura di Roma, Gennaro Cappa nell’eccidio delle Fosse Ardeatine (335 uomini scelti a caso). Molti ignorano il massacro di Sant’Anna di Stazzema, paesino della Toscana di donne, vecchi e bambini, raggiunto dai tedeschi grazie all’efficiente collaborazione dei fascisti della zona, che fecero loro da guida. Per`o noi no. Non lo ignoriamo. Perch ́e
i morti non sono tutti eguali e ci`o che gli italiani di Sal`o hanno scelto di fare, non ammette revisioni. Lo scrittore Manlio Cancogni [6] ricorda cos`ı il 12 agosto 1944:

“I tedeschi, a Sant’Anna, condussero pi`u di 140 esseri umani, strappati a viva forza dal le case, sul la piazza del la chiesa. Li avevano presi quasi dai loro letti; erano mezzi vestiti, avevano le membra ancora intorpidite dal sonno; tutti pensavano che sarebbero stati al lontanati da quei luoghi verso altri e guardavano i loro carnefici con meraviglia ma senza timore n`e odio. Li ammassarono prima contro la facciata del la chiesa, poi li spinsero nel mezzo del la piazza, una piazza non pi`u lunga di venti metri e larga altrettanto [...]; e quando puntarono le canne dei mitragliatori contro quei corpi li avevano tanto vicini che potevano leggere negli occhi esterrefatti del le vittime che cadevano sotto i colpi senza avere tempo nemmeno di gridare. Breve `e la giustizia dei mitragliatori; le mani dei carnefici avevano troppo presto finito e gi`a fremevano d’impazienza. Cos`ı ammassarono sul mucchio dei corpi ancora tiepidi e forse ancora viventi, le panche del la chiesa devastata, i materassi presi dal le case, e appiccarono loro fuoco. E assistendo insoddisfatti al la consumazione dei corpi spingevano nel braciere altri uomini e donne che esanimi dal terrore erano condotti sul luogo, e che non offrivano alcuna resistenza. Intanto le case [...] erano bloccate. Gli abitanti erano spinti negli anditi, nel le stanze a pianterreno e ivi mitragliati e, prima che tutti fossero spirati, era dato fuoco al la casa; e le mura, i mobili, i cadaveri, i corpi vivi, le bestie nel le stal le, bruciavano in un’unica fiamma. Poi c’erano quel li che cercavano di fuggire correndo fra i campi, e quel li colpivano a volo con le raffiche del le mitragliatrici, abbattendoli quando con grido d’angoscia di suprema speranza erano gi`a sul limitare del bosco che li avrebbe salvati. Poi c’erano i bambini, i teneri corpi dei bimbi a eccitare quel la libidine pazza di distruzione. Fracassavano loro il capo con il calcio del la pistol-machine, e infilato loro nel ventre un bastone, li appiccicavano ai muri del le case. Sette ne presero e li misero nel forno preparato quel la mattina per il pane e ivi li lasciarono cuocere a fuoco lento. E non avevano ancora finito. Scesero perci`o il sentiero del la val le ancora smaniosi di colpire, di distruggere, compiendo nuovi delitti fino a sera. A mezzogiorno tutte le case del paese erano incendiate; i suoi abitanti fissi e gli sfol lati erano stati tutti trucidati. Le vittime superano di gran lunga i cinquecento, ma il numero esatto non si potr`a mai sapere. Alcuni scampati all’eccidio erano corsi in basso a portare la notizia agli abitanti del la pianura raccolti in gran numero nel la conca di Valdicastello. [...] Della verit`a cominciarono invece a sospettare nel le prime ore del pomeriggio quando le prime squadre di assassini scendendo dal le alture di Sant’Anna, si annunciarono sul l’imbocco del la val lata a monte del paese. Li sentivano venir gi`u precipitosi, accompagnati dal suono di organetti e di canzoni esaltate, e quel ch’`e peggio dal rumore di nuovi spari, da nuove grida, che non convinti di aver ben speso quel la giornata, i tedeschi la completavano uccidendo quanti incontravano sul sentiero del la montagna. Alcuni che al loro passaggio s’erano nascosti nel le antrosit`a del la roccia vi furono bruciati dentro dal getto del lanciafiamme. Una donna che correva disperata portando in salvo la sua creatura, raggiunta che fu, le strapparono dal le braccia il prezioso fardel lo, lo scagliarono nel la scarpata e lei stessa l’uccisero a colpi di rivoltel la nel cranio. Molti altri furono raggiunti dal le raffiche di mitragliatori mentre fuggivano saltando per le balze del la montagna, come capre selvatiche contro le quali si esercitava la bravura del cacciatore. Quando i tedeschi raggiunsero Valdicastel lo cominciando a rastrel lare gli abitanti, il paese era gi`a stretto dal l’angoscia; gli abitanti serrati nel le case e nascosti al la meglio; la strada deserta; tutti oppressi da un incubo di morte. Il passaggio dei tedeschi dal paese si chiuse con la discesa del buio sul la val le, dopodich`e ottocento uomini erano stati strappati dal le case e condotti via, e un’ultima raffica di mitragliatrice accompagnata da un suono pi`u sguaiato e atroce di organetto, aveva tolto la vita ad altri quattordici infelici, scelti a caso.”

L’ex rabbino capo di Roma, Elio Toaff, ricorda [7]:

“C’era una donna, seduta di spal le, di fronte a un tavolo. Per un attimo pensai che fosse viva. Ma, appena avanzai, vidi che aveva il ventre squarciato da un colpo di baionetta. Era una donna incinta e sul tavolo giaceva il frutto del suo grembo con il cordone ombelicale ancora attaccato. Avevano sparato un colpo d’arma da fuoco anche in testa a quel povero bimbo non ancora nato.”

La nostra memoria non `e affaticata. Perch ́e non `e possibile dimenticare o sdoganare bonariamente chi ha scelto la parte sbagliata. A quel tempo molti avevano vent’anni, poco meno dell’eta di chi scrive, et`a del giudizio e della scelta. Non c’`e nulla da contestualizzare. L’unico nostro dovere `e quello di ripetere all’infinito, alle future generazioni, cosa siano la Resistenza e la Costituzione Italiana.

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruir`a
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenit`a
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio del torturati
Pi `u duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignit`a e non per odio decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre

RESISTENZA.

Pietro Calamandrei, Lapide ad ignominia, 1947

[1] da Otto e Mezzo, LA7, aprile 2008 [youtube].
[2] da Corriere del la Sera, 22 agosto 2008.
[3] da La Repubblica on-line, 8 aprile 2008.
[4] da La Repubblica on-line, 8 settembre 2008.
[5] L. Picciotto Fargion, Il libro del la Memoria, Ed. Mursia.
[6] http://www.santannadistazzema.org
[7] da Corriere del la Sera, Corriere della Sera, 14 aprile 2002

In fuga da Sangin

L’ospedale di Emergency a Lashkargah, nella provincia meridionale di Helmand, sta ricevendo da ieri mattina una nuova ondata di civili feriti. “Abbiamo già ricoverato quindici persone, di cui otto bambini”, riferisce il personale medico dell’ong italiana. “Altri nove pazienti sono stati curati in pronto soccorso. Dicono di provenire dal distretto di Sangin e di essere rimasti feriti durante un raid aereo della Nato compiuto da elicotteri sul villaggio di Sarevan Qala. In questi ultimi giorni l’attività militare qui in Helmand è molto intensa: stanotte abbiamo sentito decine di aerei ed elicotteri che sorvolavano la città”.

L’Isaf aveva messo le mani avanti. Questa mattina, fonti afgane locali riportate dall’agenzia Reuters avevano riferito la notizia di settanta civili uccisi in un raid aereo delle forze Nato, proprio a Sangin. Notizia per ora non confermata dal governo di Kabul.
Curiosamente, ieri sera i comandi Isaf avevano diramato un comunicato nel quale mettevano in guardia contro un’azione di propaganda che i talebani avrebbero messo a segno denunciando una falsa strage di civili. “Fonti attendibili riferiscono che gli insorti stanno preparando una denuncia propagandistica che parla di 70 civili nell’area di Sangin”.

La strage infinita. Sangin, a nord di Lashkargah, è la stessa località dove lo scorso 20 agosto i carri armati britannici avevano aperto il fuoco contro una festa di matrimonio uccidendo e ferendo decine di civili.
Le uccisioni di civili afgani durante operazioni delle forze alleate sono in continuo aumento e stanno mettendo in serio imbarazzo lo stesso governo di Kabul. Proprio nella capitale, questa mattina centinaia di persone sono scese in piazza per protestare contro la morte di due bambini, una donna e un uomo, uccisi la scorsa notte nel corso di un raid delle forze Nato alla periferia orientale di Kabul.

Da Peace Reporter 01-09-2008                                                     di Enrico Piovesana